Indice
- Il feretro romano e il lectus funebris
- Il cataletto: un oggetto che apparteneva a tutti
- Le confraternite: chi aveva il diritto di portare
- La soglia, il crocicchio, il sagrato
- Dall'Editto di Saint-Cloud alla nascita dell'impresa funebre
- Il lavoro quotidiano di oggi
- La Barella Funeraria MAX nera impermeabile
- Il nero, e la questione del colore
- Quello che la famiglia non vede
- Scelta del modello e attrezzatura complementare
- Il loculo: un problema tutto italiano
- Domande frequenti
- La continuità di un gesto
Prima che esistesse il primo cimitero e molto prima che qualcuno pronunciasse un elogio funebre, c'era un unico gesto da cui comincia ogni funerale della storia umana: qualcuno sollevò un corpo e lo portò altrove. È un movimento così ovvio che quasi non lo notiamo, eppure è la vera origine della ritualità funeraria. La tomba è la destinazione, ma è il tragitto a dare alla morte il suo significato sociale.
In italiano quel gesto è iscritto nella lingua stessa. La parola bara non deriva da un termine che significhi cassa o contenitore: deriva da una radice germanica – la stessa di barella – che significa semplicemente ciò che si porta. La bara, etimologicamente, non è una scatola: è una portantina. Il nome dell'oggetto più solenne del rito funebre italiano descrive un'azione, e quell'azione è il trasporto a braccia.
Questo articolo ripercorre quella storia: dal feretro romano al cataletto delle confraternite, dalle norme che stabilivano chi avesse il diritto di portare fino all'attrezzatura che oggi entra in un ascensore condominiale. E sostiene una tesi semplice: il cataletto medievale e la moderna barella pieghevole non sono oggetti opposti, ma lo stesso strumento separato da secoli di soluzioni pratiche.
Il feretro romano e il lectus funebris
La ritualità funeraria italiana affonda nel mondo romano, dove il trasporto del defunto era già codificato. Il corpo veniva composto sul lectus funebris, un letto cerimoniale drappeggiato, ed esposto nell'atrio con i piedi rivolti verso l'ingresso. Da lì partiva la pompa funebris, il corteo che attraversava la città verso il luogo della sepoltura o del rogo, sempre fuori dal pomerio, perché la legge delle XII Tavole vietava di seppellire o bruciare i morti entro le mura.
Anche feretro, che ancora usiamo, viene dal latino feretrum e significa letteralmente barella per il trasporto: di nuovo, una parola che descrive un'azione. Del trasporto si occupavano figure specializzate: i libitinarii, che gestivano l'impresa funeraria e prendevano il nome dalla dea Libitina, e i vespillones, i portatori veri e propri. Roma aveva già un'industria funeraria organizzata con ruoli distinti, e aveva già separato chi organizza da chi porta.
Gli Etruschi e il letto di pietra
Ancora più antica è la testimonianza etrusca. Nelle necropoli di Cerveteri e Tarquinia le camere sepolcrali sono attrezzate con banchine e letti funebri intagliati nel tufo, riproduzioni in pietra del giaciglio su cui il defunto era stato trasportato. L'idea che il morto vada deposto su un piano, e che quel piano sia insieme mezzo di trasporto e luogo di riposo, è una delle costanti più durature della cultura funeraria della penisola.
Il cataletto: un oggetto che apparteneva a tutti
Per gran parte del Medioevo e dell'età moderna, la maggioranza della popolazione italiana non veniva sepolta in una cassa. Il corpo, avvolto in un sudario, veniva portato al luogo di sepoltura su un cataletto: un telaio di legno con due stanghe laterali e un piano, talvolta con sponde basse, spesso con piedini che permettevano di posarlo senza appoggiarlo a terra.
Il cataletto non apparteneva alla famiglia, ma alla parrocchia, alla confraternita o alla corporazione. Veniva custodito in chiesa o nella sede del sodalizio, inventariato insieme agli arredi sacri, riparato a spese comuni e prestato ogni volta che un membro della comunità moriva. Il peso culturale del dettaglio è enorme: lo strumento dell'ultimo viaggio era proprietà collettiva, e la sepoltura era quindi intesa come affare dell'intera comunità, non come dovere privato di chi restava.
Ne derivava un particolare rispetto per l'oggetto. In molte comunità il cataletto non doveva restare in una casa privata più del necessario e dopo il funerale andava riportato immediatamente al suo posto. L'oggetto che aveva toccato la morte tornava sotto un tetto consacrato, dove la sua presenza era ordinata. È la stessa logica che oggi porta un'impresa funebre a conservare l'attrezzatura di trasporto in un locale dedicato e separato.
Cataletto e catafalco non sono la stessa cosa
Due oggetti vengono spesso confusi. Il cataletto si muove, il catafalco sta fermo. Il primo era abbastanza leggero da essere sollevato a spalla da quattro o otto portatori ed era costruito per la strada; il secondo era statico, spesso a più gradini, rivestito di drappi neri e circondato di ceri, e restava nella navata per tutta la durata delle esequie. La cerimonia era il passaggio tra questi due stati: il corpo arrivava sul cataletto, riposava sul catafalco durante l'ufficio, tornava sul cataletto per uscire verso la sepoltura. Quella distinzione è sopravvissuta intatta, tradotta in altri materiali: le barelle muovono, i catafalchi e supporti per bare presentano. La tecnologia è cambiata del tutto, la grammatica del rito non è cambiata affatto.
Le confraternite: chi aveva il diritto di portare
Portare i morti non è mai stata un'incombenza affidata a chi capitava. Era un privilegio e un obbligo, regolato con precisione dalle strutture sociali del tempo. E in nessun paese europeo questa istituzione è stata così forte, e così duratura, come in Italia.
I sodalizi laicali
Le confraternite italiane – dei Battuti, dei Disciplinati, della Buona Morte, dell'Orazione e Morte – nacquero tra Duecento e Trecento e fecero della sepoltura una delle proprie opere di misericordia fondamentali. La Misericordia di Firenze è tra le più antiche istituzioni di volontariato ancora attive al mondo, e il trasporto dei malati e dei morti è stato il suo compito originario. A Roma l'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte si assunse per secoli l'onere di raccogliere e seppellire i cadaveri abbandonati, quelli senza nome e senza famiglia.
Gli statuti erano precisissimi: quanti confratelli dovessero intervenire, quali ceri portare, in quale ordine disporsi, quale ammenda pagare in caso di assenza ingiustificata. Anche le arti avevano regole parallele: il fabbro portava il fabbro, l'orafo l'orafo. Questa minuziosità dice l'essenziale – il trasporto non era lasciato all'improvvisazione.
Il cappuccio e l'anonimato del portatore
Un tratto tipicamente italiano merita attenzione: la veste con cappuccio che copre il volto dei confratelli, ancora indossata dai fratelli della Misericordia in Toscana. L'anonimato non era teatralità, ma aveva una funzione morale precisa: l'opera di carità doveva compiersi senza che chi la riceveva riconoscesse chi la compiva, e senza che chi la compiva ne traesse prestigio. Il portatore si cancellava, restava solo il gesto.
È una concezione che sopravvive, trasformata, nella deontologia contemporanea dell'operatore funebre. Il personale di un'impresa lavora per non essere notato: si muove in silenzio, non attira l'attenzione su di sé, fa in modo che la famiglia ricordi la cerimonia e non chi l'ha materialmente eseguita. La discrezione professionale ha radici confraternali.
Piedi in avanti, e l'ordine dei portatori
Quale estremità andasse davanti aveva la sua importanza. In gran parte d'Italia il defunto veniva portato con i piedi in avanti, secondo una convinzione diffusa in tutta Europa: il morto doveva essere rivolto nella direzione in cui si allontanava, e non guardare indietro verso la casa richiamando i vivi. I sacerdoti costituivano in molte diocesi l'eccezione riconosciuta, portati con il capo in avanti, rivolti verso i fedeli come in vita stavano all'altare.
Contava anche il numero: quattro, sei o otto portatori, sempre pari, sempre simmetrici. La simmetria era equilibrio fisico ma anche garanzia visibile di ordine, e un cataletto che oscillava irregolarmente veniva letto come cattivo presagio e disonore per chi portava. Lo stesso istinto sopravvive in forma laica: una famiglia non sa nulla di portate e leghe di alluminio, ma percepisce immediatamente se un corpo si è mosso con fluidità o attraverso una serie di correzioni.
La soglia, il crocicchio, il sagrato
Il percorso non era mai un semplice percorso. Era una sequenza di soglie, ciascuna con la propria osservanza, e in Italia gran parte di quella sequenza è ancora leggibile nel paesaggio.
L'uscita di casa
Il punto più regolato era la soglia dell'abitazione, confine tra spazio domestico e mondo esterno. L'uscita del feretro era circondata da prescrizioni: non urtare gli stipiti, non tornare indietro per un oggetto dimenticato, in molte zone inclinare tre volte la bara davanti alla porta come congedo dalla casa. Altrove si coprivano gli specchi e si fermavano gli orologi.
Quella triplice sosta è sopravvissuta a lungo e in molte comunità del Mezzogiorno e delle valli alpine permane in forma abbreviata, come una breve fermata del corteo davanti al portone. Per un'impresa funebre significa un requisito concreto: l'attrezzatura deve consentire un arresto controllato e una ripresa fluida del movimento, senza strattoni e senza dover posare il corpo a terra.
Edicole, crocicchi e soste del corteo
Fuori dall'abitato il tragitto aveva altri nodi. Il corteo si fermava presso le edicole votive, le maestà, le croci di pietra, ai crocicchi, al confine della parrocchia. Si cantava, si pregava, si cambiavano i portatori. I crocicchi erano ritenuti particolarmente pericolosi, punti in cui l'anima avrebbe potuto smarrirsi, e proprio lì la sosta era più lunga.
Questa struttura di soste aveva anche una funzione del tutto umana: portare un corpo per chilometri su una mulattiera è lavoro fisico in cui il cambio della squadra è una necessità. Rito ed ergonomia si intrecciavano in un'unica pratica – la preghiera dava riposo alle spalle, e il riposo permetteva di arrivare al sagrato con passo regolare. La cultura funeraria è sempre stata insieme un sistema di significati e un sistema di soluzioni pratiche.
Dall'Editto di Saint-Cloud alla nascita dell'impresa funebre
La trasformazione si concentrò in pochi decenni e ebbe più cause indipendenti che finirono per coincidere.
I cimiteri fuori dall'abitato
Il momento di svolta ha in Italia una data e un nome precisi. L'Editto di Saint-Cloud, emanato da Napoleone nel 1804 ed esteso ai territori italiani, impose che le sepolture avvenissero fuori dalle mura cittadine, in cimiteri collettivi, con lapidi uniformi regolate dall'autorità pubblica. La motivazione era igienico-sanitaria e insieme egualitaria.
La reazione culturale fu immediata: Ugo Foscolo rispose con i Sepolcri, difendendo il valore civile della tomba come legame tra vivi e morti e fondamento della memoria collettiva. Da quel provvedimento nascono i grandi cimiteri monumentali che sono oggi patrimonio artistico riconosciuto – Staglieno a Genova, il Monumentale di Milano, il Verano a Roma, la Certosa di Bologna.
La conseguenza pratica per il trasporto fu immediata. Un tragitto che era stato di cento metri dalla porta di casa al sagrato divenne di diversi chilometri attraverso una città in espansione. Portare a spalla per l'intera distanza cessò di essere possibile.
Il carro funebre e la divisione del tragitto
La risposta fu il carro funebre trainato da cavalli: dapprima sobrio, poi sempre più elaborato, con vetrate, colonnine e pennacchi neri. Assorbì il lungo tratto centrale del percorso, ma non abolì il trasporto a braccia: al contrario, lo isolò come atto distinto e cerimoniale compiuto su due brevi tratti, da casa al carro e dal carro alla sepoltura. È esattamente lo schema che si segue ancora oggi, con un autofunebre al posto dei cavalli.
Qualcuno doveva mantenere i cavalli, il carro, il magazzino delle casse e il personale. Nacque così l'impresa funebre in senso moderno, e con essa una nuova esigenza: attrezzature di proprietà dell'azienda, riutilizzabili, trasportabili e lavabili. Il cataletto parrocchiale – pesante, legato a un luogo, appartenente alla chiesa – non soddisfaceva nessuna di queste condizioni e fu sostituito nel giro di due generazioni.
L'eredità della medicina militare
Il terzo antenato, meno evidente, è la medicina di guerra. I conflitti dell'Ottocento e del Novecento imposero lo sviluppo di barelle leggere, pieghevoli e prodotte in serie, con telaio tubolare, tessuto teso, gambe incernierate e maniglie sicure. Quei progetti passarono dal servizio sanitario militare al soccorso civile e da lì al settore funerario. Una barella funebre di oggi discende quindi da due linee distinte: il cataletto confraternale, da cui eredita la funzione cerimoniale, e la barella da campo, da cui eredita l'ingegneria.
Il lavoro quotidiano di oggi
La barella è oggi uno strumento che le famiglie raramente vedono per intero, e che determina la riuscita della fase più difficile del lavoro. La grande maggioranza dei decessi avviene in ospedale, in RSA, in hospice o in abitazione privata, e ogni contesto pone esigenze proprie.
Scale, pianerottoli e ascensori
Il recupero da un appartamento è la prova più severa per qualsiasi attrezzatura. Corridoi stretti, porte che aprono verso l'interno, la curva del pianerottolo, un ascensore meno profondo della barella, le scale a chiocciola dei centri storici. La squadra deve operare in silenzio, senza urtare le pareti, spesso con i familiari a pochi passi. Un telaio che si ripiega a metà per attraversare un passaggio angusto e si apre poi sul pianerottolo non è una comodità: è la differenza tra un intervento che si può fare e uno che non si può.
Terreno e condizioni atmosferiche
Il secondo ambiente è quello esterno. I cimiteri storici italiani si sono formati per stratificazione nei secoli: vialetti stretti, ghiaia sconnessa, radici affioranti, terra che diventa fango dopo la pioggia, gradinate nelle strutture in pendio. L'attrezzatura deve restare stabile e il rivestimento deve respingere l'acqua ed essere pulibile rapidamente. Una barella che non si può lavare sul posto diventa un problema per tutta la settimana dopo una sola cerimonia sotto la pioggia.
Igiene e movimentazione dei carichi
La terza dimensione è normativa. Il D.P.R. 285/1990, regolamento di polizia mortuaria, disciplina il trasporto delle salme, i requisiti dei mezzi e le condizioni sanitarie della movimentazione. Le attrezzature a contatto con il defunto vanno sanificate dopo ogni impiego, e superfici porose, cuciture e interstizi allungano la procedura e aumentano la probabilità che sia eseguita imperfettamente. Un rivestimento liscio e impermeabile, compatibile con i disinfettanti, riduce i tempi e rende l'operazione ripetibile.
Accanto all'igiene c'è la sicurezza sul lavoro. Il Titolo VI del D.Lgs. 81/2008 disciplina la movimentazione manuale dei carichi e impone al datore di lavoro di ridurre il rischio dorso-lombare adottando misure organizzative e mezzi appropriati. Le patologie muscolo-scheletriche sono tra i principali rischi professionali del settore e si accumulano silenziosamente negli anni, sollevamento dopo sollevamento. Ogni chilogrammo tolto all'attrezzatura e ogni metro percorso su ruote anziché a braccia sono un contributo diretto a quell'obbligo.
La Barella Funeraria MAX nera impermeabile
Su questo sfondo storico vale la pena esaminare da vicino un'attrezzatura che unisce i requisiti cerimoniali ereditati dal cataletto con l'ingegneria presa in prestito dal soccorso sanitario. La Barella Funeraria MAX in versione nera impermeabile, disponibile su prodottifunerari.it, è il modello più venduto in Europa e la barella più lunga della sua categoria sul mercato.
Lunghezza 207 cm
Aperta, la MAX misura 207 x 53 x 35 cm. Non è un dato commerciale ma la risposta a una difficoltà reale. Le barelle sotto i due metri funzionano bene finché non occorre trasportare una persona alta o comporre il corpo con un margine di spazio in cui lavorare. A quel punto ogni centimetro decide se l'operazione proceda con calma o diventi una sequenza di aggiustamenti davanti alla famiglia. La lunghezza in più è un margine di sicurezza e, insieme, di dignità.
Telaio in alluminio e portata fino a 160 kg
Il telaio è in alluminio e offre la combinazione per cui i progettisti di questa categoria lottano costantemente: peso proprio contenuto a fronte di una portata di 160 kg. Il peso conta perché una squadra di due persone solleva la somma di corpo e attrezzatura, spesso in posizioni tutt'altro che ergonomiche. Ogni chilogrammo sottratto alla struttura si scarica in meno sulla schiena degli operatori. L'alluminio resiste inoltre alla corrosione, condizione di durata per un'attrezzatura bagnata dalla pioggia e trattata con prodotti chimici.
Rivestimento in PVC impermeabile
Il rivestimento in PVC risponde direttamente ai requisiti igienici: impermeabile, liscio, resistente all'umidità, concepito per pulizia e disinfezione rapide. L'attrezzatura torna operativa in pochi minuti dopo una tumulazione sotto la pioggia, invece che dopo una giornata di asciugatura. È lo stesso principio che portava le confraternite a custodire il cataletto in un luogo asciutto e designato, in un materiale che perdona molto di più.
La copertura cucita: la discrezione come atto culturale
L'elemento culturalmente più interessante della MAX è la copertura cucita, con protezioni separate per il capo e per i piedi. Sul piano funzionale si tratta di protezione ed estetica; sul piano del significato è qualcosa di molto più antico.
Velare il defunto durante il trasporto è tra i gesti funerari più diffusi in Europa. I Romani drappeggiavano il corpo sul lectus funebris; i cataletti confraternali erano ricoperti da un drappo, spesso il tessuto più prezioso che il sodalizio possedesse, ricamato con lo stemma e tirato fuori per ogni confratello. Il drappo non è mai stato semplice occultamento: segnalava che il corpo si trovava in uno stato sottratto allo sguardo ordinario, e comunicava a chiunque passasse che quella condizione esigeva rispetto.
Una copertura integrata prosegue esattamente questa funzione. Durante un recupero in condominio, con i vicini sul pianerottolo e i bambini che tornano da scuola davanti al portone, la discrezione smette di essere questione estetica e diventa rispetto elementare – verso il defunto, verso la famiglia e verso chi non ha scelto di assistere a nulla. Un'impresa che lo comprende costruisce una reputazione che nessuna pubblicità può sostituire.
Gambe pieghevoli, ruote e poggiapiedi
La MAX è dotata di gambe pieghevoli, ruote integrate e poggiapiedi ribaltabile, che rispondono a tre situazioni spesso ravvicinate nel lavoro reale. Le gambe permettono di posare la barella in modo stabile senza appoggiarla al pavimento. Le ruote consentono di farla scorrere su un vialetto, un corridoio ospedaliero o un parcheggio, invece di portarla a braccia dove il trasporto manuale non aggiunge nulla. Il poggiapiedi aumenta la flessibilità di composizione e mette in sicurezza l'estremità inferiore.
Ripiegata a metà, la barella misura 108 x 53 x 12 cm. È una dimensione che entra nel vano di carico di un normale mezzo di servizio e occupa poco spazio a magazzino – vincolo concreto per le imprese che operano da locali in centro storico, dove ogni metro quadrato di deposito è conteso.
Due cinghie di sicurezza in dotazione
Con la barella vengono fornite due cinghie di stabilizzazione, che eliminano il rischio di spostamento durante il trasporto, in particolare con il telaio inclinato sulle scale o il veicolo in movimento. Anche queste hanno un antenato diretto: i cataletti di età moderna erano spesso dotati di corde per assicurare il corpo al piano, e molte confraternite conservavano un corredo di funi da sepoltura, le stesse usate per calare la cassa. La cinghia è tra gli elementi più antichi e meno mutati dell'intera storia dell'attrezzatura funeraria.
Il nero, e la questione del colore
La scelta della versione nera non è neutra. Il nero domina il lutto europeo dal tardo Medioevo, consolidato dalle corti borgognona e spagnola, e in Italia si affermò accanto ai colori araldici delle esequie nobiliari, dove porpora e oro erano segni di rango. Le confraternite adottarono precocemente vesti scure o, in alcuni casi, il bianco dei Battuti, e ancora oggi il contrasto tra abito nero e abito bianco distingue sodalizi con storie diverse.
Nel lavoro quotidiano il nero significa coerenza visiva con tutto il resto – con le coperture per carrello funebre, con l'abbigliamento del personale, con il mezzo. Una famiglia non analizza una palette, ma ricava un'impressione di ordine o della sua assenza. Per chi lavora con un registro diverso è disponibile la versione grigia della MAX, con costruzione e specifiche identiche.
Quello che la famiglia non vede
Esiste uno strato del lavoro funerario che non compare in nessun listino e che nessuna scheda tecnica può descrivere: un insieme di piccole regole tramandate all'interno delle imprese, in gran parte eredità diretta della ritualità confraternale.
L'attrezzatura si prepara fuori dalla vista. La barella si apre nel mezzo o sul pianerottolo, non nella stanza in cui il defunto giace. Durante il trasferimento non si parla d'altro. Non si lascia mai di traverso a una porta che la famiglia sta per attraversare, né incustodita in un punto visibile. Dopo l'uscita, la porta si chiude lentamente.
Nulla di questo è scritto in un regolamento. È l'equivalente moderno dello statuto che stabiliva quanti confratelli dovessero portare e dove il corteo dovesse fermarsi. È cambiato il supporto della tradizione – dal libro del sodalizio all'istruzione orale in un'azienda familiare – ma la funzione è identica: trasformare un'operazione tecnica difficile in un gesto che chi resta possa sostenere.
Scelta del modello e attrezzatura complementare
Le barelle lavorano raramente da sole. In una dotazione tipica formano un sistema con altri elementi, ciascuno responsabile di un tratto diverso del percorso.
Ruote per barella da scala – soluzione per edifici senza ascensore, con montaggio a viti a farfalla e compatibilità universale, premiata a Necroexpo 2022.
Barella a cucchiaio in alluminio – struttura divisibile, che consente di raccogliere il corpo senza modificarne la posizione.
Sedie da trasporto – per le curve strette delle scale dei centri storici, dove un telaio a lunghezza piena non passa.
Carrello cimiteriale – integrazione per vialetti sconnessi e terreno cedevole.
La gamma completa è raccolta nella categoria barelle da trasporto su prodottifunerari.it. Nella scelta conviene farsi guidare dalla natura dell'area di attività più che dalla sola scheda tecnica: chi opera in palazzi con ascensori poco profondi ha vincoli del tutto diversi da chi lavora su cimiteri di collina sparsi sul territorio.
Il loculo: un problema tutto italiano
C'è infine una specificità italiana che merita un paragrafo a sé, perché non ha equivalenti diretti altrove in Europa e cambia radicalmente la logistica del trasporto.
In gran parte d'Italia la sepoltura prevalente non è l'inumazione in terra ma la tumulazione in loculo, in colombario o in tomba di famiglia. La radice è antichissima: i colombari romani con le loro nicchie sovrapposte e le camere sepolcrali etrusche prefigurano la struttura del cimitero italiano contemporaneo. Il trasporto quindi molto spesso non termina davanti a una fossa aperta, ma davanti a una parete di loculi a più metri di altezza.
Questo comporta esigenze diverse da quelle dei paesi a inumazione prevalente: attrezzature di sollevamento, piani regolabili, coordinamento con il personale cimiteriale, spazi di manovra ridotti. La barella conserva il suo ruolo su tutto il tratto precedente, e la sua manovrabilità in spazi stretti – vialetti tra le cappelle, corridoi di colombario, gradinate – diventa se possibile ancora più rilevante che altrove.
Domande frequenti
Che cos'era esattamente il cataletto e se ne conservano esemplari?
Il cataletto era un telaio ligneo con stanghe usato per portare al luogo di sepoltura il corpo avvolto nel sudario, o più tardi la cassa. Apparteneva alla parrocchia o alla confraternita, veniva custodito in chiesa o in oratorio e prestato per ogni funerale. Numerosi esemplari si conservano negli oratori confraternali, nei musei diocesani e nelle collezioni etnografiche, spesso insieme a stendardi, lanterne e vesti dei confratelli.
Perché la parola bara significa in origine portantina?
Bara deriva da una radice germanica che indica l'atto di portare, la stessa da cui proviene barella. Il termine si riferiva in origine alla struttura su cui il corpo veniva trasportato, non al contenitore chiuso. Solo con la diffusione della cassa lignea il significato si è spostato sull'oggetto che oggi chiamiamo bara, mentre barella ha conservato il senso originario.
Perché il defunto viene portato con i piedi in avanti?
È una consuetudine attestata in tutta Italia e in gran parte d'Europa. La spiegazione più ricorrente vuole che il defunto sia rivolto nella direzione in cui si allontana, e non verso la casa che lascia, per non richiamare i vivi. C'era anche una ragione pratica: il trasporto con i piedi in avanti dà ai portatori maggiore controllo in discesa e sulle scale. I sacerdoti erano in molte diocesi l'eccezione, portati con il capo in avanti.
Quale lunghezza di barella conviene scegliere?
Dipende dal profilo dell'attività, ma il principio è semplice: una lunghezza maggiore offre un margine di sicurezza più ampio e un'operazione più tranquilla. La MAX con i suoi 207 cm è il modello più lungo sul mercato. Le imprese che operano esclusivamente in edifici con vani scala molto stretti possono affiancare un modello più corto, ma come attrezzatura principale il telaio lungo copre una gamma più ampia di situazioni.
La MAX è adatta ai vialetti sconnessi dei cimiteri storici?
Sì. Il telaio leggero in alluminio, le gambe pieghevoli e le ruote integrate permettono di adattare il modo di spostamento al fondo – far scorrere dove la superficie lo consente, portare dove il terreno è cedevole o irregolare. Il rivestimento in PVC impermeabile protegge l'attrezzatura in caso di pioggia e fango e ne consente una pulizia rapida al termine della cerimonia.
Come e con quale frequenza vanno sanificate le barelle?
Le attrezzature venute a contatto con il defunto vanno sanificate dopo ogni impiego, secondo le procedure aziendali e le indicazioni del produttore del disinfettante, nel quadro previsto dal regolamento di polizia mortuaria. Una superficie liscia in PVC semplifica l'operazione perché non assorbe umidità e si può trattare per intero senza lasciare interstizi bagnati. Maniglie, cinghie e meccanismi di piegatura sono i punti più spesso trascurati.
Quanti operatori servono per l'uso di una barella funebre?
Lo standard operativo è la squadra di due persone, e le attrezzature moderne sono progettate intorno a questa configurazione: telaio leggero, ruote e gambe pieghevoli esistono per rendere possibile un impiego sicuro in due. In condizioni gravose – scale molto strette, assenza di ascensore, carico elevato – è opportuno aumentare la squadra o ricorrere ad accessori come le ruote da scala, sulla base della valutazione del rischio prevista dalla normativa.
La continuità di un gesto
Tra il cataletto portato fuori da un oratorio e un telaio in alluminio ripiegato nel vano di un mezzo di servizio stanno secoli e una completa riorganizzazione del modo in cui gestiamo la morte. Il gesto, però, è rimasto lo stesso. Qualcuno solleva un corpo e lo porta dove riposerà. Attorno a quel movimento si sono stratificati statuti confraternali, cappucci che cancellano il volto del portatore, il divieto di urtare gli stipiti, la simmetria dei portatori, il drappo ricamato – e nel nostro tempo procedure di sanificazione, portate dichiarate e rivestimenti impermeabili.
Ognuno di questi strati serviva allo stesso fine: fare in modo che l'ultimo viaggio di una persona si svolgesse con calma, con decoro e senza disordine. L'attrezzatura di cui dispone oggi un'impresa funebre è la forma attuale di un obbligo molto antico. La Barella Funeraria MAX è uno strumento, ma sta alla fine di una catena lunghissima il cui primo anello è stato un uomo che ha sollevato il proprio morto da terra e ha camminato con lui – attraverso la soglia, lungo la mulattiera, fino al sagrato.